Corre l'anno 1979.

Si tengono le prime elezioni del Parlamento Europeo e il movimento autonomista valdostano (l'Union Valdôtaine) decide di presentarsi in tutto il territorio nazionale della Repubblica Italiana e di diffondere in pianura (in Padania) il pensiero autonomista e federalista, nella prospettiva di un'Europa dei Popoli e delle Regioni.

L'UV, a tale scopo, manda in missione il suo leader, Bruno Salvadori, a seminare il verbo autonomista e federalista. All'Università di Pavia, mentre affigge un manifesto, incontra per caso uno studente di Medicina, un varesotto.

E' Umberto Bossi.

Da quel giorno Bossi diventa "leghista in pectore", e la storia la sappiamo. Ciò che non sappiamo, invece, è con quali parole Salvadori ha "convertito" Bossi.

Con tutta probabilità quelle storiche parole sono le stesse contenute nelle pagine che seguono: parole che Salvadori scrive, nello stesso periodo in cui incontra Bossi, a proposito del piccolo popolo dei Walser, sparpagliato in quattro nazioni europee e che in Valle d'Aosta, minoranza francofona, è, a sua volta, minoranza germanofona.

Scrive Salvadori: « E tutti si scandalizzano quando sentono dire: quel tale tipo di mammifero o di uccello ormai è sparito dalla faccia della terra, non lo vedremo più; è una grave perdita. Certo, si tratta di gravissime perdite. Ma non sarebbe forse più grave se sparisse una comunità umana? ».

E Bossi, nei primi Anni Ottanta: « Lumbard, muvemas tücc, e drelaman, perché Roma l'autonomia ghe la regala minga de sücür! O semm bun de conquistala nün, o 'l noster popul el scumpariss de la storia! ».



PERCHE' i WALSER

di Bruno Salvadori e Bruno Favre


Siamo ormai abituati, in quest'epoca di comunicazioni di massa, a ragionare in termini di milioni di persone, sovente di miliardi. I fenomeni sociali hanno validità se coinvolgono quantità grandi e importanti di uomini, la pubblicità studia e sfrutta le emozioni umane a livello intercontinentale, la moda gioca su mercati in continuo sviluppo numerico.

Quello che conta dunque, nel quadro della «civiltà dei consumi» in cui siamo inseriti, e produrre di più, vendere di più, raggiungete la massima espansione nel mercato, coinvolgere il più gran numero di consumatori nella logica della domanda creata artificialmente con i più sottili metodi di persuasione.

Girano così centinaia di miliardi; lavorano a ritmo più o meno intenso fabbriche, il benessere generale aumenta mantenendo però inalterate, o peggiorandole, le distanze fra ricchi e poveri.

E' una girandola di accordi internazionali, di interscambi, di bilancia dei pagamenti, di crisi e di riprese che sfuggono totalmente al controllo o alla conoscenza di chi subisce queste operazioni, che diventano così sempre più asettiche e sempre più frutto di tecniche di laboratorio perfezionatissime.

In questo quadro tecnologico-commerciale, un'iniziativa come quella che abbiamo portato a termine con questa pubblicazione può sembrare, a prima vista, fuori dal tempo, tagliata fuori dalla logica del progresso, inutile.

Se noi ragionassimo come i managers di qualche prodotto commerciale dovremmo in effetti dire che è così, che non si può pensare all'individualità di una piccola comunità o all'individualità tout court in un mondo che tende alla massificazione, al livellamento, alla parità di gusti, di consumi, di cultura.

Ma noi non siamo di quella pasta e anzi riteniamo che il tipo di civiltà che i cervelli elettronici e i conti bancari dei «padroni del vapore» ci vogliono imporre non è il tipo di civiltà e di progresso che vanno bene per l'uomo se vogliamo che questi resti uomo e non diventi automa comandabile schiacciando il tasto di un elaboratore.

La nostra è una filosofia, e quindi una politica, opposta, che tende non a uniformizzare ma a esaltare le particolarità che distinguono un popolo dall'altro, una comunità dall'altra.

Intendiamoci bene su questo concetto: ci vogliono eguaglianza diritti e doveri democratici ed eliminazione delle clamorose diversità attuali di livelli economici, questo e chiaro e senza dubbi. Ma questi fattori non devono portare automaticamente al livellamento culturale, perché allora sì che rischieremmo di cadere, passo dopo passo, nelle mani di una oligarchia dagli enormi poteri che, come tutte le oligarchie, sarebbe totalmente insensibile alle spinte democratiche.

La battaglia per la difesa e la promozione dell'identità culturale e sociale dei popoli e delle comunità è quindi una battaglia per la democrazia e per un progresso più ordinato e produttivo dell'umanità.

E c'è poi un altro argomento, in questo senso, che va profondamente meditato: la dimensione umana.

C'è stato un periodo della nostra storia recente, in cui grandi masse di uomini e di donne, obbedendo alla logica del profitto e della «civiltà dei consumi», hanno dovuto abbandonare le loro terre d'origine per cercare lavoro, per vivere. Questo fatto era stato salutato, e in parte lo è tuttora, come un salto di qualità nelle condizioni di vita di quella gente.

La logica di questa gestione politica non poteva e non doveva tenere conto di altri fattori che non fossero quelli economici e strutturali: costo del lavoro più basso, necessità di braccia, realizzazione lenta di strutture di «integrazione» sociale.

Ma l'uomo non è fatto solo di numeri e di materia e, oggi, paghiamo duramente, in termini psicologici, sociali ma anche economici, il dramma di queste masse sradicate dalla loro civilizzazione e sbattute senza complimenti in mondi completamente diversi e quindi ostili.

Il non aver considerato la dimensione umana ha portato a profonde tensioni sociali a drammi occupazionali, a crisi di sfiducia, in una parola all'alienazione.

Ecco perché noi rifiutiamo questo tipo di logica dello sviluppo e le opponiamo una visione diversa della società in cui l'uomo, con tutte le radici storiche e culturali del suo passato, gestisce il suo presente e il suo futuro nella sua terra.

E quando dico uomo intendo anche, allargando il concetto, comunità o popolo.

Certo, lo ribadisco e lo sottolineo, siamo tutti favorevoli al progresso, alla conquista di sempre più valide condizioni di vita, per la totale eguaglianza di diritti e doveri per gli uomini, per l'eliminazione degli attuali abissi sociali fra paesi industrializzati e paesi sottosviluppati.

Ma si tratta di definire, al di là di questo binario obbligato, l'obiettivo finale che si vuole raggiungere.

Vogliamo cioè creare un'entità a dimensione mondiale fatta di miliardi di persone culturalmente ed etnicamente uguali cui inviare messaggi unici e non differenziati oppure vogliamo costruire un pianeta culturalmente ed etnicamente composto di entità particolari, di popoli, cui lasciare la possibilità di elaborare messaggi adattati alle singole realtà comunitarie?

Questa e la scelta di fondo che deve essere alla base dell'attività di chi opera nella collettività per servirla e per rappresentarla e questa è la scelta di fondo che devono anche fare i popoli che hanno preso coscienza della loro esistenza e che ritengono di poter portare un contributo costruttivo a questo dibattito che, è bene riaffermarlo, è filosofico e nello stesso tempo ben ancorato alle cose concrete, ai fatti quotidiani della vita.

Guardiamo appunto, nei fatti, a cosa porta la logica della scelta di uno o dell'altro metodo di comportamento.

Che significato può avere, nella logica dell'uniformizzazione, dare risalto alla presenza e alla necessità di vivere di una comunità come quella walser, un migliaio di persone in tutto in Valle d'Aosta, che, proprio per l'esiguità del numero e per la mancanza di mezzi di comunicazione propri, di strutture scolastiche ed economiche proprie, costerebbe alla società un patrimonio per difenderla dall'asfissia e per mantenerne più o meno intatte le tradizioni?

Che significato può avere, nella logica precedente, mantenere aperte le strade d'inverno, costruire scuole, portare luce e generi alimentari in paesini in cui vivono sì e no 50 persone, mentre sarebbe economicamente più valido costruire un minicondominio sul fondovalle e farcele stare tutte e perché spendere soldi di tutti per paesi o villaggi dove non è possibile realizzare strutture per turisti, coloro cioè che portano i soldi?

La logica consumistica non può che dare risposte consumistiche, egualitarie e di livellamento a queste domande.

Eppure quella stessa logica, che si basa sulla linea delle scelte giorno per giorno, non tenendo conto delle realtà storiche e etniche che sono supporto fondamentale della vita di ognuno di noi, ha commesso dei colossali errori sociali che non solo hanno creato pesanti drammi etnici ma si sono rivelati disastrosi anche dal punto di vista economico, il dio intoccabile di quella religione.

E' mio parere, condiviso d'altra parte da molti altri, che bisogna consentire a chiunque, se lo desidera ovviamente, di vivere nella terra in cui è nato; per cui è indispensabile realizzare strutture sociali ed economiche che consentano tale scelta.

Sarebbe quindi assurdo e inconcepibile costruire una fabbrica di acciai speciali in zone che non hanno mai conosciuto neppure la siderurgia di base spostando inevitabilmente tecnici e operai specializzati da una zona all'altra così come sarebbe inconcepibile, estremizzando l'esempio per renderlo ancora più comprensibile, costruire una fabbrica di pomodori in scatola a Gressoney perché troppo lontano geograficamente dai centri di produzione della pianura e perché non esistono le premesse ambientali e sociali per strutture di quel genere.

Nel sud dell'Italia, sia per le condizioni climatiche che per la presenza del mare, era possibile dar vita ad industrie di trasformazione dei prodotti agricoli con ampia occupazione di manodopera specializzata e non, stante la struttura di quel tipo di aziende, ancora lontane dai fenomeni di meccanizzazione che contraddistinguono altri tipi di industrie.

Invece si è fatto tutto il contrario, forse pensando di risparmiare, certo sfruttando le condizioni di sottosviluppo del sud, e così l'emigrazione ha continuato ad essere una delle costanti della realtà del mezzogiorno, il divario sociale tra nord e sud invece di diminuire è aumentato e nel nord sono esplose drammatiche tensioni sociali per lo scontro di culture e formazioni sociali totalmente diverse.

E ancora oggi, malgrado questi esempi siano stati di una chiarezza folgorante, le scelte vanno in direzione opposta ad un minimo di senso logico per cui abbattiamo vacche e vitelli perché troppi e poi siamo obbligati a spendere gran parte delle nostre risorse valutarie per comprate carne all'estero, piantiamo alberi da frutta e poi mandiamo i bulldozer a distruggere i raccolti mentre nelle città albicocche, pesche e pere vengono vendute a peso d'oro e nello stesso tempo importiamo da altri paesi del Mediterraneo frutta in scatola; costruiamo aziende per la lavorazione e la finitura di acciai speciali in zone che forni e altiforni li hanno visti solo in cartolina e lasciamo andare alla malora aziende che gli acciai speciali li stanno facendo con ottimi risultati da mezzo secolo.

Questi esempi dovrebbero farci meditare a lungo sul reale valore, anche economico di certe linee dominanti finora sullo scacchiere politico del nostro continente.

E diventa quindi di significato importante il messaggio che viene dalle comunità che, sparse in tutta l'Europa, stanno cercando di definire una strategia nuova per costruire un nuovo ordine sociale che, ribaltando la logica del profitto per il profitto, ridia spazio e fiato alla logica del progresso per i popoli.

Cosa dicono, in pratica, le comunità etniche europee?

Il mondo marcia verso una bipolarizzazione di massima che non e solo politica ma e anche geografica. Gli Stati Uniti, da una parte, frutto di una visione liberale dell'economia, hanno costruito un impero che, di fatto, si estende sull'intero continente Americano e, attraverso successivi processi di maturazione, hanno realizzato un sistema a partecipazione mista capitalistico-stalale che vede sempre di più l'entrata delle strutture pubbliche nella gestione complessiva della società.

L'URSS, dall'altra parte, ha egemonizzato l'est europeo, una parte dell'Asia e, con il suo immenso territorio, rappresenta un altro impero in cui la visione economica è centrata sulla «dittatura del proletario» e quindi sull'esclusività dell'intervento centrale statale nella gestione della società anche qui però l'iniziativa individuale e privata sta avendo continui riconoscimenti e sempre nuove aperture, frutto in parte degli uomini del «dissenso» ma molto più in larga parte della cosiddetta «civiltà del goulash» che vuole dare maggior spazio all'individuo nell'espletamento dei suoi desideri e nell'affermazione della sua personalità.

In questi ultimi anni ha fatto capolino un'altra potenza mondiale, la Cina, ma gli equilibri instabili della sua politica dopo la scomparsa del capo carismatico Mao, tendono problematico un suo deciso intervento a livello mondiale.

L'Africa, continente ampiamente sfruttato dai paesi europei nel corso dei secoli, sta cercando una rivincita, per ora a suon di petrolio, ben sapendo però che il suo oro nero durerà molto poco e che dovrà giocare altre carte per contare qualcosa. E prima di tutto dovrà darsi strutture organizzative a livelli di vita più validi per poter dire la sua.

Restiamo noi europei, una lunga storia dietro di noi, condizioni sociali ed economiche valide, solide strutture democratiche, ottima preparazione umana. L'Europa ha in mano, oggi forse più che mai, le carte vincenti per un suo riscatto.

Dilaniato da drammatiche e sanguinose guerre in questo secolo, il nostro continente ha perso le colonie e ha ritrovato se stesso, si è ricostruito anche moralmente, ha riconosciuto gli errori del passato, ha ripudiato (quasi alla unanimità) teorie folli e inumane, ha cercato di darsi strutture unitarie facendo diventare più flessibili le sbarre di confine che lo spezzettano e che sono frutto di secoli di guerre e di scambi fra potenti.

Succube, dopo la seconda guerra, dell'egemonia americana (a caro riconoscimento dell'aiuto economico dato dagli USA per la ricostruzione) l'Europa ha rialzato la testa, si è guardata in giro ed ha cominciato a pensare con la propria mente e a programmare il proprio futuro.

E così è nata la CEE e si è anche eletto un Parlamento Europeo. Passi avanti, indubbiamente, e importanti anche perché essenziali per credere e sperare in un futuro diverso. Ma passi insufficienti.

L'Europa si è guardata in giro ma non ha guardato dentro di sé. Ha guardato in giro e ha adottato strutture economiche già sperimentate da altri o vuole adottare strumenti che altri utilizzano, entrambi con risultati non troppo soddisfacenti.

Neo-liberalismo e neo-marxismo hanno bussato alla porta e si è loro aperto, precludendo la via a esperienze originali e più realisticamente legate alla storia millenaria del nostro continente.

E' qui che si inserisce la contestazione delle comunità etniche europee, che non vogliono un piano di sviluppo basato su scelte fatte da altri, o ad ovest o ad est, ma chiedono e pretendono un'elaborazione propria.

Nel suo «Federalismo e autonomia», accanto a una lunga serie di preziosi concetti politici, Emile Chanoux mette in pieno risalto una constatazione fondamentale: non vi è vera libertà o autonomia politica e morale, senza libertà o autonomia economica. E così, continua: «le tendenze dell'economia moderna, certamente non volte all'individualismo, rendono più impellente il problema di come conciliare la socializzazione dei grandi mezzi di produzione con la tutela delle libertà politiche e amministrative». La risposta è il federalismo: «non dallo Stato deve dipendere la vita economica, bensì dalla collettività, anzi dalle collettività».

E da questa premessa nascono le proposte operative sui problemi di ordine finanziario e fiscale, sull'agricoltura e la sua riforma, sulla trasformazione della scuola, sulla cooperativizzazione.

Concludendo questo testamento politico che resta la pietra miliare della rinascita delle comunità etniche, Chanoux scriveva: «Tutti i popoli hanno diritto alla vita. I piccoli come i grandi. Tutti i popoli hanno diritto di conservare i propri caratteri, la propria personalità etnica e storica, a qualsiasi complesso politico appartengano. Come l'uomo persona ha diritto a vedere salvaguardata la propria personalità, così le collettività umane devono poter sussistere serbando intatte le caratteristiche della loro personalità. E' l'unica garanzia per la pace in Europa».

Credo che non vi sia bisogno di ulteriori commenti a questa citazione che rappresenta la «filosofia politica» dei popoli come quello valdostano. Vorrei solo far rilevare come questi principi siano stati oggi recepiti anche a livello di stati e basta leggere gli Accordi di Helsinki per trovarvi dichiarazioni di principio quali quelle che Chanoux faceva in piena dittatura nazi-fascista.

Ecco quindi quale può e deve essere la risposta di un'Europa che voglia vivete al gioco delle superpotenze mondiali di oggi e domani.

Nel federalismo si trovano le risposte economiche e sociali che possono dare i mezzi all'Europa per sottrarsi al corteggiamento prima e poi al soffocamento che è negli obiettivi delle ideologie oggi dominanti. Ma non vi è federalismo economico senza federalismo politico e culturale e viceversa.

Per questo è essenziale l'autonomia e la vita dei popoli intesi come comunità etniche e per questo è importante e significativo il tipo di comportamento che si intende tenere in questo campo.

E la Comunità Walser rappresenta un campo di prova particolarmente interessante e significativo.

La particolare e complessa configurazione geografica della Valle del Lys rende molto difficile dotare i tre Comuni Walser della Valle d'Aosta dello strumento principe della comunicazione odierna: la televisione. Nello stesso tempo il limitato numero di persone non consente di avere ne università ne istituti a livello superiore, indispensabili per formare nuove strutture dirigenti di un popolo.

Così, malgrado l'intervento deciso dell'Amministrazione Regionale che, specialmente in questi ultimi tre anni, ha notevolmente potenziato le strutture scolastiche di base e gli interventi per scambi culturali con l'area germanofona, la presenza della lingua tedesca e il ruolo complessivo dell'etnia locale non hanno fatto decisivi passi avanti. In questo quadro che potrebbe sembrare del tutto o quasi negativo si è inserito un fatto che sta modificando i termini della questione.

Risolti i problemi economici più gravi e difficili, sfruttate le risorse turistiche della zona, la Comunità Walser si è trovata di fronte al proprio passato e, seppur piccola, ha cominciato a prendere coscienza di sé e del proprio ruolo nella realtà valdostana ed europea.

Così le iniziative promozionali sono aumentate di numero e qualità e il problema sta passando dalle sfere culturali a quelle generali e della vita di ogni giorno.

Indubbiamente il problema è complesso e difficile, anche perché si tratta di una minoranza nella comunità francofona che è a sua volta minoranza nella repubblica di cui fa parte.

Certamente ci sono e ci saranno ancor più in futuro grossi costi economici, è ovvio, ma è altrettanto ovvio che una eventuale fine, oggi, della Comunità Walser perché piccola, isolata, senza sufficienti mezzi, potrebbe anticipare e significare, domani, la fine della comunità valdostana francofona e di quella slovena, occitana, sudtirolese, sarda e cosi via fino ad arrivare alla massa grigia di un popolo di automi spersonalizzato e obbediente a precisi segnali di comando.

Per questo la battaglia per la promozione della Comunità Walser è una battaglia per la democrazia e per la libertà. Per questo lottare in questa direzione significa realizzare il principio della dimensione umana, che è l'unica ancora di salvezza in un mondo che tende a disumanizzarsi.

Stiamo assistendo, in questi anni '70 e, certamente, ancora più nei prossimi decenni, alla «ventata ecologica». Si vuole difendere la natura con i suoi fiori e i suoi animali. E' un compito sacrosanto e fondamentale e in questo campo la Valle d'Aosta è certamente all'avanguardia in campo legislativo perché da noi si proteggono tutti i fiori, gli animali, i funghi, perfino le formiche. E tutti si scandalizzano quando sentono dire: quel tale tipo di mammifero o di uccello ormai è sparito dalla faccia della terra, non lo vedremo più, è una grave perdita.

Certo, si tratta di gravissime perdite.

Ma non sarebbe forse più grave se sparisse una comunità umana?


Tratto da: B. SALVADORI, B. FAVRE, G. MASI,
«Walser. Testimonianza di una civiltà», Musumeci 1980, pagg. 9-14.




Finalmente è stato modificato
lo Statuto Speciale della
Regione Autonoma Valle d'Aosta

Articolo 40-bis. Le popolazioni di lingua tedesca dei comuni della Valle del Lys individuati con legge regionale hanno diritto alla salvaguardia delle proprie caratteristiche e tradizioni linguistiche e culturali.

Alle popolazioni di cui al primo comma è garantito l'insegnamento della lingua tedesca nelle scuole attraverso gli opportuni adattamenti alle necessità locali.



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