Intervista / Parla il giapponese Kenichi Omahe,
guru dell'economia globale e dei nuovi localismi

Bossi ha proprio ragione:
le nazioni sono finite

Walter Passerini

Umberto Bossi non sarebbe mai arrivato a immaginare che uno dei più fervidi sostenitori delle sue idee non si trova all'ombra della Madonnina ma a qualche migliaia di chilometri di distanza, dall'altra parte del globo, ed ha gli occhi a mandorla. Certo le teorie del giapponese Kenichi Omahe (responsabile della prestigiosa casa di consulenza McKinsey a Tokyo, autore di numerosi bestseller, tra i quali i recenti "La nuova ricchezza delle nazioni", 600 mila copie, e "Japanism", che in tre mesi ha bruciato 300 mila copie, e nominato "uomo che più ha influenzato con le sue idee il management e l'economia giapponesi" da un esercito di 500 giornalisti del suo Paese) sono più raffinate e lontane mille miglia dai toni e dai proclami del senatur lombardo, ma al centro della sua costruzione concettuale ci stanno la stessa idea di fondo (il futuro sarà delle regioni) e la stessa spinta antistatuale, anticentralizzatrice e antigovernativa.

Lei che è l'autore di bestseller come "La triade del potere" e "Il mondo senza confini", appena uscito in Italia, lei che è il teorico dell'economia globale, non trova che ci sia una contraddizione tra globalizzazione e regionalismo?

Niente affatto. Si tratta di due fenomeni solo in apparente contraddizione, che possono coesistere. E' quello che io definisco come regionalismo globale, che non può essere ristretto ai confini nazionali. In futuro avremo sempre di più regioni autonome integrate che dialogano tra loro in un'economia interdipendente. Le nazioni sono finite.

Ma finora è il regionalismo a frantumare gli Stati e introdurre spinte destabilizzanti: vediamo a Est per esempio i Paesi baltici oppure in questi giorni i sanguinosi avvenimenti jugoslavi.

Le spinte autonomistiche e nazionalistiche, soprattutto nei regimi ex comunisti, sono una tappa intermedia necessaria. dapprima l'ideologia e i governi reprimono e mantengono il potere sulle masse. Poi, appena circola l'informazione sul benessere e sugli stili di vita occidentali, scoppia la rivolta nazionalistica che è una tappa verso un successivo atteggiamento globale, da consumatori globali. Tra ideologia, comportamento elettorale e consumo a un certo punto scompare qualunque contraddizione o schizofrenia. Il cittadino diventa consumatore globale.

Secondo lei l'idea dell'Europa unita, del mercato unico del '93 è quindi un'idea sbagliata?

Quello dell'Europa unita è un progetto ardito. Sarebbero stati necessari almeno altri 10 anni per metterlo in pratica. L'Europa ha al suo interno realtà molto diverse tra loro: penso a Grecia e Portogallo, da un lato, e dall'altro all'unificazione delle Germanie. Il concetto di un'Europa fortezza e protezionistica riguarda le regioni più svantaggiate. L'Europa della globalizzazione la faranno le regioni più sviluppate, che dialogano tra loro e con il resto del mondo. E' grazie a queste ultime che sarà possibile un vero federalismo europeo.

La sua è quindi un'Europa delle regioni, delle piccole patrie?

Non è certo l'Europa delle nazioni. Il concetto di nazione va superato e fa comodo solo ai governi e ai politici. Ai tempi di Atene e Sparta c'erano le città-Stato. Poi ci sono state le nazioni-Stato. Il futuro sarà delle regioni-Stato.

E' un'affermazione che sottoscriverebbero i sostenitori della Lega Lombarda.

Proprio la Lombardia è l'esempio di regione emergente, che dialoga con il mondo e che non sta al gioco del governo di Roma. Ma ci sono altre regioni emergenti in Europa. La Catalogna con l'area di Barcellona in Spagna, il Baden Württenberg in Germania, l'Alsazia Lorena in Francia, il Galles nel regno Unito. Sono queste le regioni con un tessuto favorevole allo sviluppo del regionalismo globale.

Il regionalismo riguarda solo l'Europa o anche altre zone del pianeta?

No, il fenomeno è diffuso. Lo si trova in tutti i Paesi in cui sono molto sviluppate ricchezza, individualismo e federalismo. Negli Stati Uniti, per esempio, dove penso non solo alla California o alla Route 128 alla periferia di Boston, ma all'Orange County. Qui vi è un tessuto favorevole agli investimenti e allo sviluppo del business, tanto che vi hanno trovato sede ben 270 aziende giapponesi.
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Dietro l'idea di globalizzazione c'è spesso la paura dell'uniformità.

La globalizzazione significa localismo globale, come ha detto Akio Morita, presidente della Sony. Non esistono, se non a certi livelli, prodotti globali e universali, validi per tutti i Paesi. Nell'auto il 60% è costituito da parti comuni, il restante 40% da differenze locali. Per vendere è necessario essere vicini e aderenti ai bisogni e ai gusti dei consumatori locali. Le imprese devono puntare alla globalizzazione e insieme alla insiderization, cioè alla capacità di star dentro mercati locali. Più che di aziende multinazionali io parlerei di aziende multilocali.

Abolendo il concetto di nazione, lei sostiene esattamente il contrario di quello che ha affermato Michael Porter nel suo ultimo lavoro "Il vantaggio competitivo delle nazioni".

L'analisi di Porter è superata, perché si basa sul modello delle pianificazioni centralizzate. Non dobbiamo chiedere più nulla ai burocrati del Miti. Sbagliano gli americani e il premier francese Edith Cresson a teorizzare la necessità di un Super-Miti per contrastare la cosiddetta invasione giapponese.

Anche Fortune ha stroncato il suo "Il mondo senza confini".

E' il segno delle resistenze che si frappongono a una concezione veramente globale, spesso di provenienza accademica.

Lei si è anche fatto promotore di una nuova formazione politica in Giappone ed ha espresso idee originali sui sistemi di tassazione.

Ho portato alle estreme conseguenze le mie convinzioni. Le tasse non vanno centralizzate. Se fossi libero di fare a modo mio verserei a un fondo internazionale un terzo delle mie tasse, per risolvere i grandi problemi del pianeta. Un terzo lo pagherei alla mia comunità, dove vengono educati i miei figli e dove vive la mia famiglia. L'altro terzo al mio Paese, anche se fa sempre meno per me in termini di benessere e di sicurezza.

© Corriere della Sera


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