Il popolo, con una votazione, aveva posto precise condizioni al Piemonte.
Ma Vittorio Emanuele II e Napoleone III le ignorarono completamente.
Non si chiese ai lombardi
se volevano l'annessione
Marino Bastianini
Il 1848 è per l'Europa un anno di grandi subbugli. I popoli sembrano avere ripreso improvvisamente coscienza dei loro diritti, e ne reclamano il riconoscimento e la tutela costituzionale.
Parigi si solleva, caccia Luigi Filippo e cancella definitivamente la monarchia; a Vienna gli studenti costringono Metternich alle dimissioni e l'Imperatore a concedere la costituzione; Palermo insorge e Ferdinando II si affretta a varare norme costituzionali; lo imita Carlo Alberto che in Piemonte si piega alla Piazza.
In questo turbolento scenario esce il manifefsto di Marx e di Engels e lo spettro del comunismo comincia ad aggirarsi pericolosamente tra i popoli.
SCIOPERO PACIFICO
Dal canto loro i lombardi non perdono tempo. Dopo un pacifico sciopero del fumo proclamato per non impinguare con la tassa sul tabacco le odiate finanze austriache, i milanesi passano alle vie di fatto: il 18 marzo assaltano il palazzo del Governo. Hanno così inizio le Cinque Giornate al cui termine gli austriaci abbandonano il campo. I milanesi vittoriosi contano i loro morti (circa 300), soprattutto artigiani, operai, professionisti e commercianti; neanche un nobile.
Pur nell'infuriare delle Cinque Giornate non mancarono contrasti politici tra i moderati filopiemontesi-monarchici e i democratici antipiemontesi filorepubblicani di cui Casati e Cattaneo erano rispettivamente i leader.
I conflitti esplosero quando si trattò di fare appello a Carlo Alberto perché intervenisse in appoggio degli insorti, appello che casati voleva formulare come una sorta di sottomissione alla monarchia sabauda; intenzione che infuriò Cattaneo che investì i suoi avversari con queste parole: «Vi è così molesto essere una volta in vita vostra padroni di voi?». L'appello fu infine redatto senza sacrificare il fiero spirito di Milano tanto che il destinatario Carlo Alberto rimase assai tiepido e fu indotto a muoversi solo dalle insistenze di Cavour. Fu l'inizio della prima guerra di indipendenza che, ancora una volta, sul piano politico divise i moderati dai democratici sul modo in cui, in caso di vittoria, la Lombardia sarebbe entrata a far parte del regno.
Chi auspicava l'adozione pura e semplice dello Statuto Albertino e chi, al contrario, reclamava una nuova Costituzione. Il 12 maggio venne deciso di rimettere al popolo la decisione sulla fusione col Piemonte sempreché «sulla base del suffragio universale sia convocata nelle provincie lombarde e negli Stati sardi e in tutte le altre aderenti a tale fusione una comune Assemblea costituente, la quale discuta e stabilisca le basi e le forme di una nuova monarchia costituzionale con la Dinastia dei Savoia».
Il popolo dunque veniva chiamato a esprimere il suo consenso su di una proposta di adesione condizionata al riunirsi di una Assemblea costituente, da eleggersi a suffragio universale, che avrebbe dovuto stabilire le basi e le forme costituzionali del nuovo stato monarchico con la dinastia Savoia. A schiacciante maggioranza, con 561.000 sì contro appena 681 no, i lombardi espressero il loro voto favorevole.
In tal modo i lombardi, con prudenza tutta meneghina, si guardavano bene dal deliberare una pura e semplice annessione al Piemonte e dal fare atto di sottomissione alla casa regnante e allo Statuto Albertino.
I milanesi dunque fecero le cose per benino tutelandosi come meglio potevano ma non previdero che il diavolo ci avrebbe messo la coda: Carlo Alberto, sconfitto a Custoza, abbandonò Milano agli austriaci con il risultato che la fusione e la progettata costituente andarono in fumo.
CONSULTAZIONE POPOLARE
Fu solo nel 1859 che la Lombardia venne annessa al regno Sardo ma con ben diverse modalità. Con il Trattato di Villafranca, Francesco Giuseppe cedette "i suoi diritti" sulla Lombardia a napoleone III che a sua volta si impegnava a cederla al Re di Sardegna nell'intento di ottenere in cambio Nizza e la Savoia.
Nessuno si sognò di indire una consultazione popolare ma poiché le apparenze del diritto vanno salvate, si tenne per buono il consenso espresso nel 1848, trascurando che i lombardi allora avevano detto sì al Regno di Sardegna ma subordinatamente a precise condizioni di cui in quel momento nessuno parlò più.
In realtà la Lombardia fu permutata fra i due imperatori come una tenuta di caccia e infine assegnata a Vittorio Emanuele.
Vista retrospettivamente la situazione si presenta effettivamente anomala. L'annessione di tutte le altre parti d'Italia venne infatti deliberata con suffragio universale diretto, vale a dire i plebisciti le cui formule erano però rigide e incondizionate: prendere il regno o lasciare. Tutti presero e fu l'unità d'Italia di cui Vittorio Emanuele "per grazia di Dio e volontà della Nazione" divenne Re.
Pur volendolo accreditare della "grazia di Dio" si deve negare a Vittorio Emanuele "la volontà della Nazione" per la semplice ma conclusiva ragione che, per quanto riguarda la Lombardia, questa non fu né richiesta né espressa. Pertanto dei due pilastri da cui storicamente trae fondamento la legittimazione del potere regio, dando per ammessa l'esistenza di quello divino, mancava o, meglio, vacillava quello temporale.
PECCATO ORIGINALE
Questa sorta di peccato originale che macchiava la nascita del Regno si è poi trasmesso alla Repubblica allorquando, con il referendum del 1946, successe alla monarchia divenendone l'erede universale. Con ciò siamo giunti ai nostri tempi nei quali è lecito dubitare che siano in molti a provare l'impulso insopprimibile a cancellare questa antica colpa. Anche perché paradossalmente l'unico mezzo per farlo sarebbe quello di sottoporre oggi ai milanesi quel plebiscito che gli fu negato 150 anni fa. Vi è fondato motivo di ritenere che l'esito del plebiscito sarebbe in ogni caso diverso da quello del 1848.
© L'INDIPENDENTE 1992