I carrozzoni dello Stato hanno provato a spegnerlo in tutti i modi, ma invano

Ecco il grande motore della Padania

Nel Varesotto hanno sede 22mila unità produttive con 170mila addetti


Appena all'esterno del parco di villa Recalcati, sede dell'amministrazione provinciale di Varese, un Aermacchi 326 fa da monumento. Il giardino e il velivolo: la sintesi della città.

Città di parchi, città nel verde, e un'industria che si avvicina a girare la boa dei cent'anni di vita: Varese è tutta qui, città industriosa e industriale. Ricca, sempre ai vertici delle classifiche economiche del Paese, forse - la città - è oggi leggermente più appannata.

«Dobbiamo riscoprire un ruolo per la città - dice il sindaco? Aldo Fumagalli - la ricca Varese è un ricordo. Troppe industrie se ne sono andate».

«Varese e stata una provincia aeronautica - spiega il presidente dell'amministrazione provinciale, Massimo Ferrario - ma ha subito pesantemente il disastro della gestione politica che e stata fatta su questo settore. Efim, Iri, Finmeccanica hanno messo in ginocchio aziende storiche come Agusta e Siai. Anche Aermacchi che e privata, ma con una partecipazione del 25 per cento di Finmeccanica, ha patito per le commesse di un unico committente, l'Aeronautica militare».

Quello aeronautico e un grosso capitolo ma non è il solo della realtà industriale di Varese, anche se molto del futuro viene programmato ancora una volta intorno al mezzo aereo, o meglio ancora ad un aeroporto, a quella Malpensa 2000 su cui si fondano tante speranze.

Facciamo un brevissimo passo indietro, la storia aeronautica di Varese risale agli albori della stessa storia dell'aviazione. Giulio Macchi costruiva carrozze, ma già dall'inizio del secondo decennio del secolo, nel 1913, costruiva aerei su licenza dei francesi Nieuport. L'Augusta, nata a Cascina Costa nel 1923, invece nel dopoguerra aveva puntato sulle motociclette (il palmares della MV Agusta è fatto di migliaia di vittorie e di titoli mondiali, basti pensare a Giacomo Agostini), ma nel 1952 quando l'ala rotante messa a punto da Sikorsky dimostrò che era possibile far volare quell'incredibile macchina che è l'elicottero, acquistò le licenze per costruire in Italia i mezzi della Bell Helicopter.

Così Varese consolida il ruolo determinante nella produzione di velivoli: da un lato l'ala fissa, Aermacchi e Siai (quest'ultima nata a Milano nel l9l5, ma sviluppatasi a Sesto Calende ), dall'altra l'ala rotante su licenza.

Il committente principale è lo Stato, nell'uno e nell'altro caso, che non sa certo programmare. Basti pensare che ancora oggi l'Aeronautica militare italiana vola con gli F104, che ha investito miliardi nel ridicolo Amx, che ha acquistato Tornado Adv (versione caccia di un pur valido velivolo) dismessi dalla Raf (la Royal Air Force britannica) per capire con chi avessero a che fare le industrie varesine. E con un committente di quella fatta era inevitabile finire nelle mani incapaci dell'industria di Stato.

Nonostante questo da Agusta esce una macchina importante, la prima progettata direttamente, come l'A109, nelle sue versioni militare, civile, di soccorso, compresa quella d'attacco "Mangusta". Nello stesso calderone finiscono pure Siai net 1970 e Caproni nel 1981. Poi, in tempi più recenti Siai passa da Agusta ad Aermacchi e si ricostituisce quindi il polo ad ala fissa, mentre ad Agusta rimane l'ala rotante. E una sintesi di una serie di passaggi che hanno significato l'altalenante mercato del lavoro, con ristrutturazioni, necessità di riconversione del personale e tutto quello che ne è conseguito.

Negli anni del boom si erano fatti avanti altri settori: basti pensare alla Ignis di Giovanni Borghi che ora è Philips quindi multinazionale. I calzaturifici che addirittura avevano fatto di Varese il suo marchio, se ne sono andati spesso all'estero, almeno come produzione. Un quadro certo non negativo comunque, ma soprattutto un quadro maturo, di una realtà che deve cercare spazi nuovi, per assorbire e contenere le crisi che si sanno inevitabili.

In fin dei conti gli industriali varesini, forse fra i primi, hanno avvertito la necessità di un progetto culturale come soluzione alle crisi generazionali: non è un caso che, di fronte alla estraneità della scuola dal mondo produttivo e gestionale. Se ne siano fatta una inventando" l'Università di Castellanza. Per avere lì a portata di mano la Scuola per formare le classi dirigenti delle industrie nei prossimi decenni.

E non poteva essere diversamente in una delle aree più industrializzate del Paese, col 47 per cento del reddito provinciale derivante da quelle 22mila unità locali industriali o artigianali che occupano in tutto 170mila addetti, che grosso modo rappresentano il 64% della forza lavoro provinciale.

E' un tessuto di piccole e medie dimensioni: il 31 per cento degli addetti è occupato in aziende che occupano meno di 10 dipendenti (sono l'85 per cento del totale) ma ci sono pure aziende di dimensioni ben diverse. A parte il settore aeronautico, c'è la maglieria con Missoni o Malerba (ma il marchio delle calze potrebbe andarsene al Sud attratto dalle agevolazioni per l industrializzazione nel Mezzogiorno, o forse messo in fuga dagli impedimenta che soffocano le industrie al Nord) e poi ancora Lazzaroni e Bulgheroni-Lindt nel dolciario, l'utensileria con Usag e la motociclistica Cagiva che riporta la meccanica varesina ai fasti sportivi. Anche le multinazionali hanno trovato posto in queste lande, Ciba, Geigy, Polaroid. Samsonite, Whirpool.

E alla fine le esportazioni fanno segnare un più pesante il 30 per cento della produzione manifatturiera, con 5mila miliardi nel 1996 e almeno 4mila imprese che operano sui mercati esteri. Il tutto aspettando Malpensa che potrà dischiudere nuove prospettive.

«Malpensa è una rogna per un amministratore - spiega Massimo Ferrario - ma è anche una occasione da non perdere: in termini di occupazione quel che verrà dovrà essere soprattutto a favore di chi in quelle zone già abita».

Quando Ferrario cominciò a fare questi discorsi le accuse si sprecavano, ma alla fine è diventata la linea fondamentale: chi dovrà assumersi i disagi abbia almeno i vantaggi. Perché i problemi sono comunque tanti. Vedremo quali.


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